Il materialismo umanistico di Noam Chomsky e la costruzione del bene comune

Nel terzo capitolo del volume Tre lezioni sull’uomo. Linguaggio, conoscenza, bene comune, Milano, 2017, sono due gli elementi su cui Noam Chomsky punta la sua attenzione: il liberalismo strumentale di chi lo propugna per difendere la propria ricchezza classista e il ruolo dell’eduzione per giungere al controllo sociale e collettivo del lavoro non alienato.

Fin qui mi sono limitato a determinati aspetti cognitivi della natura umana e ho considerato gli esseri umani in quanto individui [I primi due capitoli de Tre lezioni sull’uomo]. Gli uomini sono però degli esseri sociali, naturalmente, e il tipo di creature che diventiamo dipende essenzialmente dalle circostanze sociali, culturali e istituzionali della nostra vita. Questo ci porta dunque a esplorare quelle forme di organizzazione sociale che contribuiscono al riconoscimento dei diritti e al benessere degli individui, affinché realizzino le proprie aspirazioni: in sostanza, al bene comune. (Noam Chomsky, Tre lezioni sull’uomo, cit. p.84)

La divisione del lavoro è l’elemento in cui si annida l’alienazione e la disuguaglianza sociale. Chomsky citando Adam Smith afferma che l’intelletto della maggior parte degli uomini è necessariamente formato dalle loro occupazioni ordinarie, perciò

chi passa tutta la sua vita a eseguire alcune semplici operazioni, i cui effetti sono inoltre sempre gli stessi o quasi, non ha occasione di esercitare l’intelletto […] e generalmente diventa tanto stupido e ignorante quanto può diventarlo una creatura umana. l…] Ma in ogni società progredita e civile questo è lo stato in cui i poveri che lavorano, cioè la gran massa del popolo, devono necessariamente cadere a meno che il governo si prenda qualche cura di impedirlo. (cit. p.86)

La preoccupazione per il bene comune dovrebbe spingerci a trovare il modo di superare i terribili effetti di queste politiche disastrose, che toccano tanto il sistema educativo quanto le condizioni di lavoro, allo scopo di offrire la possibilità di esercitare l’intelletto e coltivare lo sviluppo umano nella sua massima diversità. L’aspra critica di Smith nei confronti della divisione del lavoro non è nota quanto la sua smaccata lode dei grandi benefici.  Anzi, nell’edizione accademica del bicentenario approntata dall’università di Chicago, non è nemmeno inserita nell’indice. Eppure si tratta di un esempio istruttivo di quegli ideali illuministici che stanno alla base del liberalismo classico. (ibd.)

Chomsky trova piena coincidenza del suo punto d vista sull’educazione con John Dewey il quale non si è mai considerato un anarchico ma

Nella sua concezione della democrazia, le strutture di coercizione illegittime devono essere smantellate. Vi sono compresi, nella sostanza, il dominio da parte degli “affari per il profitto privato attraverso il controllo privato dell’attività bancaria, della terra, dell’industria, rinforzato dal dominio della stampa, degli agenti di stampa e altri mezzi di pubblicità e propaganda”. Dewey riconosceva che “Il potere oggi risiede nel controllo dei mezzi di produzione, di scambio, di pubblicità, di trasporto e di comunicazione. Chiunque li possegga regola la vita del paese”, anche se restano le forme della democrazia. Finché tali istituzioni non saranno in mani pubbliche, la politica resterà “l’ombra gettata sulla società da parte delle grandi imprese”, proprio come vediamo oggi. (p. 98).

Secondo Dewey, prosegue Chomsky, i lavoratori dovrebbero essere “i padroni del loro stesso destino industriale”, non strumenti presi a noleggio dai datori di lavoro, né guidati dalle autorità statali.

Riguardo all’istruzione, Dewey riteneva “illiberale e immorale educare i giovani a lavorare non liberamente e intelligentemente, ma per il solo scopo del salario guadagnato”.[…] In quest’ottica secondo le parole di Dewey, l’industria deve essere trasformata “da un ordine feudale a un ordine sociale democratico”, mentre la pratica educativa dovrebbe essere concepita per incoraggiare la creatività, l’esplorazione, l’indipendenza, la cooperazione, cioè il contrario di quello che accade oggi. (cit. p.99)

Secondo Chomsky

la forma di associazione che, se il genere umano continuerà a progredire, ci si può attendere che alla fine predomini […] [è] l’associazione, su un piano di eguaglianza, dei lavoratori stessi, che possiedano collettivamente il capitale con il quale conducono le loro operazioni, e che lavorino sotto direttori eletti e destituibili da loro stessi. (p.100)

In periodi di progressiva accentuazione delle divaricazioni sociali, talvolta pudicamente coperte dalla foglia di fico della filantropia, il capitolo di Chomsky sul bene comune fa risuonare l’inusuale slancio libertario verso una società di eguali, liberi da dio e da rapporti sociali dettati da una distribuzione della ricchezza violenta e prevaricatrice. Un pensiero che risponde a suo modo al bisogno impellente di dare pace ad un’umanità affaticata e dolente, governata da lobby di potere illiberali, anche se apparentemente democratiche.

La definizione di materialismo umanistico, utilizzata nel titolo, rinvia volutamente a Ludwig Feuerbach con l’intento di far risaltare una traccia rossa, che collega Chomsky al pensiero libertario ottocentesco.

Un pensiero che pone al centro la natura dell’uomo, i suoi bisogni elementari, e che aveva fatto scrivere a Feuerbach nel 1862 ne Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia

La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore.

Citazione interpretata troppe volte in modo superficiale ma che ha il pregio di richiamare tutti coloro che si dedicano all’uomo,  alla constatazione che la ripartizione del cibo e del lavoro rimane uno straordinario indicatore di progresso. E questo indicatore, oggi, paradossalmente, è estremamente basso.

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