Le consapevolezze ultime. L’onesto pasto di Aldo Busi

Il libretto i 137 pagine di Aldo Busi Le consapevolezze ultime, Torino, Einaudi, Stile Libero Big, 2018, è un grandissimo libro.

Il titolo è impegnativo e l’Autore lo onora interamente dando prova di una straordinaria capacità letteraria e linguistica, di cui egli è assolutamente consapevole definendosi, a ragione, il maggiore scrittore italiano vivente.

Lo spunto della narrazione è dato dalla partecipazione ad una cena organizzata nella loro magione monteclarense, dalla moglie del ragionier Guglielmo Inossi, Guglielmone per gli amici, impresario dell’acciaio, a cui sono invitati industriali, notabili, banchieri, il sindaco con la sorella zitella ed imprenditrice dei salumi, neolaureate in scienza della comunicazione con stage regionale retribuito.

La cena degli abbienti a cui partecipa Busi è lo scenario in cui affiorano i caratteri, i commerci illeciti, le connivenze, le debolezze di una razza padrona compromessa e ipocrita indagata e descritta avvalendosi di una scrittura acuminata e viscerale.

Anche nei passaggi sul sesso,  esplorati con una capacità letteraria stratosferica  -si vedano le pagine sulla carica sessuale di Britney Spears (pp. 68-70) – la cifra dominante è quella del rifiuto di ogni ipocrisia, di ogni perbenismo fasullo: la rivendicazione del valore dell’umanità emancipata da ogni interessata costrizione e del valore della scrittura che scandaglia e fa emergere i desideri più nascosti e più conculcati.

Non so cosa ne possa pensare Busi, ma nelle sue pagine mi pare di ritrovare il moralismo manzoniano di un altro “gran lombardo”, Carlo Emilio Gadda, col quale Busi condivide la strabiliante e pirotecnica capacità linguistica, lucida eccezione rispetto alla melassa libraria attuale narcotizzata dagli editor. Condivide, amplificata,  la concezione dell’erotismo come reagente dell’ipocrisia borghese (si vedano i saggi gaddiani di Eros e Priapo), condivide la narrazione non come trama ma come esplorazione dell’anima e dei territori della realtà, dei rapporti familiari (La cognizione del dolore): il realismo etico della scrittura, propedeutico alla resa dei conti con la vita a cui il quasi settantenne Busi si prepara. Non da ora. Come quando, anni fa, ha sostenuto che non si sceglie la persona con cui vivere, ma la persona con cui morire.

Se questo è l’habitat esistenziale in cui si muove l’opera di Busi, far cenno ai contenuti ‘gastronomici’ della cena, rischia di apparire banale e, mi immagino, suscitare il sarcasmo senza appello dell’Autore.

Tuttavia, come sempre, i riti gastronomici sono la spia infallibile di come l’individuo, la tribù, la comunità, esprimono i loro rapporti,  le loro ‘consapevolezze’. Ecco alcuni stralci.

“Dopo i primi dieci minuti che ancora in piedi tutti manducavano le tartine di rigore senza fiatare come una muta di amebe dandomi strette di mano sempre più svagate e unte tanto ghiotti erano quei triangoli di pane bianco con lardo pestato e carciofini sott’olio, alici marinate e prezzemolo, bagòss e bottarga e con ogni genere di salumi nostrani… “ (p.15, cit.)

“…mi riempio di nuovo il bicchiere, che mi dà ogni volta un senso di ferita in agguato al labbro, di sangria bianca – eccellente, inebriante mistura di spezie, agrumi, ciliegie snocciolate, fresche dal Cile, granita di Veuve Clicquot e spritz del vecchio, caro alkermes, perché i ricchi, se si impegnano, quanto a ospitalità e qualità dei cibi e vini non sono da meno dei poveri, anzi, sono meglio….” (p. 20 cit.)

“….oltre allo stracotto d’asino, seppie coi piselli, baccalà mantecato, roast beef alla fiamma e un intero salmone al sale accompagnato da una scatolina di 28 grammi ciascuno di caviale Beluga servito con topinambur lessato e nulla più qualora a uno fosse venuto uno svenimento da fame arretrata, cui, ben dopo il risotto ai funghi ‘con lo zafferano dei miei crochi pistillo per pistillo raccolto da me’ seguì, l’avrei giurato, ‘una manciatina di tagliolini al tartufo d’Alba’” (p. 35, cit.).  A cui si aggiunge

“quella Corna Blacca di bossolà con crema chantilly e zabaglione guarnito di palline di mango e papaya, appena apparso in tavola subito dopo una tradizionale sleppa a teschio di pane dei morti gonfia di mandorle e canditi come si conviene” (pp. 44-45, cit.)

 Il menù sbanda tra il bisogno di ancorarsi a cibi atavici e l’esercizio dell’opulenza che consente di arricchirlo a dismisura, in un’ansia barocca di colmare il vuoto: in questo ondeggiamento la chiave interpretativa del costume dietetico dilagante disorientato e privo di anima, che si applica alla perdita di dignità del momento del pasto: “[il direttore di banca Morgan Stanley di noialtri]…. scucchiaiava e sforchettava alla grande impassibile e […] si sbrodolava da infingardo giocherellone la capace mantellina da barbiere, […] e non guardava nessuno, non ascoltava nessuno, cupamente divorava e divorava e divorava ogni portata e ogni bis, impenetrabile a ogni sguardo di ammirata perplessità per quelle mandibole che forse stavano maciullando anche le posate e i piattini dei contorni” (p. 45, cit.).

Quella di Busi è la critica feroce alla ricchezza violentemente iniqua, a cui non è riuscito a sottrarsi completamente. Egli scrive che da quando nella sua dispensa è riuscito a stipare le provviste non solo per l’indomani ma per l’intera settimana, “sono diventato più ottuso, più grasso, più malfermo sulle gambe” (p. 49) e ciò ci allontana sempre di più da coloro che un tozzo di pane non ce l’hanno, mangi anche per loro “ne spolpi gli scalpi scambiandoli per meloni e te ne freghi” (ibd.).

Uscito dalla cena, l’Autore, dopo breve tratto in macchina, il tempo di mettere in folle, scendere già piegato in due e “vomito, vomito e ancora vomito, vomito anche l’onesto e non parco cibo del pranzo di ieri a casa mia…” (cfr p.111), a sancire il totale rifiuto di quel mondo famelico ed ingordo ed il suo realismo ‘lombardo’ indagatore diventa invettiva furente contro gli ipocriti che lasciano morire i bambini in mare, contro “chi pensa alla reggia per sé il lager per gli altri” (p.132),

Tutto convive nell’universo di Busi, “tutto è realtà, nient’altro che realtà” (p.129). “E una voce è una voce e uno sguardo è uno sguardo […] e non esistono deserti, esistono habitat nascosti alle brame umane o in divenire che non sono meno vivi perché non li abiti tu […] questa è la realtà e questa è anche la mia consapevolezza ultima [il corsivo è mio]” (p. 130).

La scrittura è lo strumento fenomenale per svelare gli habitat nascosti, per assecondare la propria passione civile, mai disgiunta dall’autoironia e dall’allegria che prorompe intermittente nella narrazione riecheggiante il sapore inconfondibile e vario della vita: “Oh che pecà, sior, che a lù ga piàsers i mànek e miô le spórte!”: la traduzione, superflua a noi bresciani datati, all’ultima pagina del libro.

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