L’ordine del giorno. Il mondo sprofonda tra indolenza, galateo e manicaretti

Ordine del giornoIl libro di Eric Vuillard L’ordine del giorno, Roma, edizioni e/o, settembre 2018, titolo originale L’ordre du jour, Actes sud, 2017, pp.143, è impressionante per la sua attualità. Riconcilia con la scrittura, con la letteratura, capace di sondare le pulsioni, le paure, le miserie che determinano e segnano il cammino della storia. E’ il raccolto dell’affermazione del nazismo, complice la grande industria tedesca finanziatrice della prima ora, non soltanto per la sua vocazione autoritaria, ma per opportunismo congenito che sfrutta il proprio potere per trarre vantaggio da qualsiasi situazione: foraggiando il totalitarismo nascente, approfittando della mano d’opera gratis fornita dai campi di concentramento, riciclandosi immediatamente senza pudore, lusingando in ogni caso la politica, qualsiasi politica, per procacciare affari e tutelare patrimoni.

L’A. ricostruisce in brevi sequenze i passaggi fondamentali che dal 1933 portano all’annessione l’Austria il 12 marzo del 1938, fino all’epilogo del processo di Norimberga. Come non vedere un’inquietante simiglianza con i giorni nostri caratterizzati dall’ignavia della politica incapace di visione, che lascia spazio alla protervia del potente che minaccia, bluffa, blandisce, suscita fantasmi, indica nemici, assegna colpe.

Il blitzkrieg che porta all’annessione dell’Austria in realtà è un fiasco completo dal punto di vista militare, con colonne di Panzer che devono essere caricate sui carri ferroviari per arrivare in tempo a Vienna, ma la propaganda sa trasformarlo in un trionfo mentre la pusillanimità dei governi liberali concede all’industria tedesca il tempo per riorganizzarsi e al regime di pompare risorse nella produzione bellica.

Ed anche in ciò vi è una sinistra analogia con i nostri giorni nei quali tuttavia non è all’opera la tragica e nefasta astuzia di Joseph Goebbels tesa a modellare la realtà a proprio uso e consumo, basta l’astuta e solerte attività di smanettoni ben guidati a suscitare fantasmi e manganellare pensieri divergenti.

Vuillard ha la capacità di gettare squarci di luce sui meccanismi più reconditi che determinano decisioni drammatiche: non ricorre a grandi affreschi, ma apre piccoli squarci, carotaggi che svelano le meschine pulsioni, le misere incertezze che determinano i destini di intere nazioni.

Da incorniciare il capitolo sul “Pranzo d’addio a Downing Street” che racconta la cena di commiato allestita  dal primo ministro inglese Chamberlain in onore di Joachim von Ribbentrop ambasciatore del Reich a Londra e appena nominato ministro degli Affari Esteri e quindi in partenza per Berlino.

Tra il primo ministro inglese ed il dignitario tedesco vi era stata una frequentazione assidua in virtù dei rispettivi ruoli ma questo rapporto era in qualche modo rafforzato e complicato dalla circostanza che il primo ministro inglese era anche ‘locatore’ di un immobile di sua proprietà in Eaton Square in favore di Ribbentrop regolato da congruo canone d’affitto.  In questo fatto, scrive l’Autore, nessuno ha saputo vedere la minima conseguenza con un’indulgenza che di solito non si applica ai poveri diavoli. In questo frammischiarsi di alti compiti e piccole opportunità – gli affari devono girare – la cena d’addio si svolge monopolizzata dalla verve estroversa e verbosa di Ribbentrop, uomo di mondo, abile giocatore di tennis, e dalla sua elegante signora che gli tiene bordone.

Il profluvio di chiacchiere si dipana tra portate squisite che scandiscono la sofisticata semplicità del menù: melone della Charente ghiacciato, pollastra di Louhans alla Lucien Tendret,  formaggio fresco accompagnato da limonata, torta di shion: duecento grammi di farina, cento di burro, un paio di uva, un pizzico di sale, un po’ di zucchero, un quarto di litro di latte, semola e acqua per amalgamare il tutto. Vi risparmio i particolari di cottura e decorazione. “Il fatto è che a Downing Street si cucinavano spesso ricette francesi; il primo ministro Neville Chamberlain ne era ghiotto. E dopo tutto, perché non occuparsi anche di cucina? Da qualche parte nella Historia Augusta si racconta che una volta il senato di Roma passò ore a discutere di una salsa per il rombo.” (Op. cit. p. 82).

E mentre gli invitati, tra cui Churchill e signora, si stanno spartendo l’ultima coscia di pollo, tra un tintinnio di forchette e l’altro, tra un dessert di “fragole di bosco alla cardinale come sapeva fare Escoffier. Un’autentica delizia.”  (p.83), un messo del Foreign Office consegna con discrezione un messaggio che viene mostrato a Chamberlain. Gli sguardi tra i dignitari inglesi e le loro consorti scambiano impercettibili segni di preoccupazione mentre Ribbentrop tiene banco e monopolizza la situazione parlando di tutto compreso di vini francesi – che era in fondo la sua specialità – e teneva viva la conversazione che languiva.

Il messaggio ricevuto dagli inglesi aleggiava come un fantasma mentre Ribbentrop tirava in lungo il più possibile un pranzo ufficiale.  Quando ormai tutti se ne furono andati, se ne andarono anche i Ribbentrop, ridendo dello scherzo che avevano giocato a tutti quanti.

Si erano resi perfettamente conto della preoccupazione generata dal messaggio recapitato dal messo del Foreign Office e sapevano perfettamente cosa c’era scritto: le truppe tedesche erano entrate in Austria. E loro avevano fatto guadagnare tempo prezioso alla loro fazione, facendo leva su un’eccessiva educazione, sull’educazione quasi malata di Chamberlain che lo portava a far attendere anche la Ragion di Stato.

La scaltrezza e l’improntitudine che sconfiggono il politicamente corretto; il sottile compiacimento della classe al potere narcotizzata dal benessere rassicurante e impudicamente ghiotto, l’assuefazione alla tranquillità e al privilegio che sembrano conquiste ormai inalienabili: spazzati via dalla determinazione di un uomo forte e viscerale che solletica e dà corpo a bisogni che urlano e pretendono riconoscimento e pari dignità: a questo punto la commedia vira in tragedia e la dialettica politica e culturale cede il passo al conflitto in campo aperto e le schermaglie alle prove di forza.

Non siamo lontani da un’immagine preconizzatrice di un non impossibile futuro nel quale anche i nostri consumi alimentari potrebbero acquistare tratti assai ruvidi e insieme a menù salutari essere costretti a compulsare l’infelice lista della razione K.

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